Benvenuti nel Media-Evo

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[Su: Asia Argento; #metoo; garantismo senza se e senza ma. Numero parole: 721]

L’unica ipotesi, luce, posa da coltivare in questo evo mediatico travolgente e abbagliante è rappresentata dal garantismo, o così crediamo, nonostante tutto. E sforzarsi di essere garantisti anche con i giustizialisti quando cascano in disgrazia, cioè anche con chi ha avvelenato i pozzi per calcolo, per ignoranza o, chissà, in buonafede, traviato da lunghe campagne denigratorie di qualche giornale specializzato in forche mediatiche.
Ma facciamo un passo indietro.
Ipocrisia è la parola chiave che ricorre nei mass media riguardo al controverso caso mediatico legato alla celebrità e alla persona pubblica di Asia Argento.
Il suo è un percorso complesso, specchio della carriera di una delle poche “vedette” internazionali che oggi il nostro Paese può vantare.

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Il “caso mediatico” Asia Argento ha conosciuto varie, discontinue, fasi: dalle avventure-disavventure tutte italiane con l’ex compagno Morgan, padre di sua figlia, a quello globale perciò ben più clamoroso che l’ha portata a denunciare il già potente produttore hollywoodiano Weinstein, a lanciare il movimento #metoo e quindi a esporsi alla gazzarra inevitabile e alle dinamiche più morbose dei social (morte del compagno Anthony Bourdain compresa). Dinamiche proprie delle polemiche radicali che si addensano con i consueti risultati virali, spesso prosperanti tra credulonieria, malafede, disinformazione, perciò sovente demenziali. Ma proprio per questo pericolosi. Allo stesso tempo Argento è oggi il simbolo di un movimento di opinione pubblica femminile che però si è diffuso grazie a quegli stessi network mediali in tutto il mondo, movimento molto visibile e potente.
Il suo fiero ruolo di accusatrice inflessibile e moralista radicale ha dato vita a inevitabili narrazioni digressive, che oscillano dallo scandalistico al “tuttologico”, nel tentativo di dare una tridimensionalità al simbolo ormai apparentemente disincarnato e lontano, soprattutto nel nostro Paese. Dunque i cronisti hanno dato spazio al ritratto della figlia quale presunta teppista (capirai) per gli scarabocchi sul sedile di un pullman (mettendone in dubbio l’integrità dell’educatrice), ma pure alle prese di posizione – del tutto pregiudiziali e per questo, crediamo, controproducenti – contro l’ostracizzato Fausto Brizzi, rincarate non appena i rumours hanno ventilato esiti imprevisti e tendenti a scagionare il regista dalle accuse che gli sono state mosse.

Oggi, dunque, anche Asia conosce il medesimo rovescio, o almeno così pare, da vittima a molestatrice (presunta). Pare. Pare, perché non è ancora confermato nulla. Tanto che non si parla nemmeno di indagini. Nei prossimi giorni i protagonisti forse parleranno, ma nel frattempo, ahinoi, hanno parlato tutti (compreso chi scrive) e senza uno straccio di prova provata.
Quel che Asia Argento ha contribuito a svelare del dorato e bacato mondo dello spettacolo (in realtà noto da sempre), oggi pare ritorcersi contro di lei, perché sarà anche un segreto di Pulcinella, ma è di volta in volta tutto da dimostrare al di là del qualunquismo imperante, almeno in uno stato di diritto, che è leggermente diverso dalla consueta gogna del nostro Media-Evo, dove, nel dubbio, si lancia il sasso contro il presunto “mostro” e poi, semmai, ci si ripensa. E se nel frattempo lo si è ammazzato, pazienza, succede: sono i rischi della celebrità.

Che cosa dovrebbe fare il comune spettatore – quello che non conosce i dettagli del presunto caso e del presunto reato – ma improvvisamente si trova investito da una colata di melma generata da odio senza nome?
Una mentalità evoluta e garantista ammetterebbe per l’attrice tutte quelle cautele che la stessa Asia Argento ha negato nei confronti di ogni accusato-non-condannato che ha avuto la sventura di passare sotto le forche caudine mediatiche (tra esse: i suoi post sentenziosi).
La presunzione di innocenza – vanto dell’Italia illuminista e laica – è stata già impiccata illo tempore dalla rete forcaiola, e prima ancora da ogni stagione buia di neogiacobinismo (picconate, girotondi, ecc…). Ed è strano perché lo strumento cautelativo non nega e non può negare che al mondo esistano gli abusi sessuali in cambio di favori, così come, magari, che Fausto Brizzi e Asia Argento siano, forse, stati incastrati.
Il problema è che quando la caccia alle streghe si è messa in moto, l’eventuale riabilitazione, in caso di piena e limpida assoluzione, diviene poco più che un miraggio. Considerando i tempi della giustizia, nel frattempo, una persona è rovinata per sempre (Tortora docet).
Ah, e basterebbe immaginare che nel tritacarne possiamo finirci tutti, per puro caso, nessuno escluso.

Denis Lotti

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Asia Argento Settlement

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9 agosto 1918. Il volo del divo di massa

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Perché non possiamo non dirci dannunziani (cent’anni dopo)

 

 

  1. Superuomo di massa
    Antonio Gramsci scrive che «nel rapporto Nietzsche-superuomo, D’Annunzio ha caratteri folcloristici spiccati […] tuttavia meno di altri, per la sua cultura superiore e non legata immediatamente alla mentalità del romanzo di appendice»[1], ciononostante o forse proprio per questo egli non manca «di rilevare come D’Annunzio abbia inventato una sorta di superuomo di massa»[2]. Viceversa molti altri «individualisti-anarchici popolareschi»[3], sintesi che pare parlarci chiaro e forte ancor oggi, «sembrano proprio balzati fuori da romanzi d’appendice», accanto a questi ultimi oggetti letterari antichi oggi potremmo aggiungere che sembrano balzati fuori da un reality show ultrapopolare (o un serial di Netflix a seconda delle platee e relativi gusti). Perché di serializzazione e una forma di “eterno ritorno dell’identico” (come avrebbe detto Eco, che spero mi perdoni ovunque egli sia)[4] pare trattarsi, e ha che fare con la vita pubblica italiana ma soprattutto e sempre con l’ideale di superuomo “à la dannunziana”, ovvero un “superuomo di massa” per tornare alla fortunata intuizione gramsciana sintetizzata da Eco[5]. Intuizione con la quale il Novecento ha a che fare, perché il Novecento è rappresentato anche dai suoi vari superuomini di massa, e non solo identificabili con i grandi dittatori per il vero. Un crossover tra letteratura seriale popolare, poi cinéroman, serie e serial cinematografici, sceneggiato radiofonico, televisivo e, oggi, nelle ibridazioni della serialità e fidelizzazione spettatoriale proprie dei citati reality show e neoserial televisivo-telematico. A partire dai primi anni Dieci si coagula ed emerge in modo tutt’altro che organico il grande ed eterogeneo “cineromanzo” di D’Annunzio, il quale si sviluppa per mezzo di forme inaspettate tra cinema di finzione, “dal vero”, cineattualità ossia cinegiornali, di volta in volta in qualità di autore e/o “personaggio”. I collegamenti carsici uniscono riduzioni cinematografiche delle sue opere letterarie e supposte regie (famoso il caso del kolossal Cabiria del 1914, per il quale il poeta viene accreditato quale “inscenatore” ossia regista-autore, un caso eclatante di falso, di mistificazione della realtà, frutto di una strategia di marketing purissima) a partire da quando il “vate” (pseudonimo da superuomo di massa, schiettamente individualista-anarchico popolaresco) si prende la scena nazionale – ma quella politica “seria” – inaugurando il monumento ai Mille sul fatale Scoglio di Quarto, il più importante evento pubblico del Regno d’Italia, in quel terribile maggio 1915. Il poeta fa le veci di un re travicello in fuga dalle proprie responsabilità (e non sarà l’ultima volta) e, inaugurando il “Maggio radioso”, spedisce tosto in guerra una nazione per molti versi in maggioranza neutralista (di sicuro nei numeri del Parlamento prima del golpe di velluto imposto dal re). Peraltro in quell’occasione parlando di Garibaldi, D’Annunzio evoca la parola “duce”[6] riferendosi all’eroe dei due mondi (alludendo a se stesso). Egli usa l’antico epiteto in luogo di duca, doge, ossia condottiero-guida, forse per la prima volta in Italia, almeno in un occasione pubblica così mediaticamente incisiva e “storica” (sappiamo poi chi lo adotterà per sé, ma quella è un’altra storia).
    Il primo colpo di teatro dei tanti messi a segno dal vate.
  2. Volantinaggio su Vienna
    9 agosto 1918, 9 agosto 2018: cent’anni e cento epigoni (almeno) dopo il volo su Vienna, che cosa rimane del clamore innescato in quel giorno d’estate dal poeta-maggiore Gabriele D’Annunzio? Tutto e il contrario di tutto, direi. In quell’occasione di visibilità estrema – in piena guerra di resistenza dopo l’onta di Caporetto – che cosa cambia nella sostanza della percezione pubblica dell’eroe di guerra? Potremmo avanzare ipotesi spericolate tanto quanto la missione della flottiglia decollata dal Castello di San Pelagio, ai piedi degli Euganei, ma è meglio sorvolare. Fatto sta che il volo, assieme alla beffa di Buccari e, poi, all’incredibile impresa di Fiume consegna D’Annunzio alla storia quale sfuggente chimera multiforme che interpreta e anticipa il vero Novecento, fondendo caratteri fino ad allora disarticolati, ibridando miti romantici e decadenti coll’avanguardia futurista, innestando i miti eterni dell’eroe con le conseguenze della seconda rivoluzione industriale (aviazione e cinema), creando un cortocircuito a un tempo lampante e confusionario, un big bang disorientante e spettacolare che dà il via a un sincretismo tutto novecentesco.
  3. Witness me!
    Comunque sia, tutto questo castello di parole è per sostenere che D’Annunzio è inevitabile, anche se appannato, e ci pare che “non possiamo non dirci dannunziani”. Guardiamoci attorno, Instagram è lì come un museo dell’egotismo illustrato prêt-à-porter, dall’esibizione di un sudato six-pack tra i bilancieri e una coscia marmorea in riva al mare più smeraldino, la fiera dell’innato genio dei propri figli (intesi quali protesi ovviamente), all’ultimo acquisto da urlo da esibire, alla gita più banale quanto esotica da condividere, day by day, step by step. «Witness me! Ammiratemi!» urlano i “figli di guerra” di Immortan Joe prima di fare i D’Annunzio-kamikaze della situazione – e nessuno si senta escluso, per primo il sottoscritto –, come ha messo in scena quel commovente ed emozionante catalogo-metafora delle umane frustrazioni che è “Mad Max: Fury road” (2015, George Miller). Siamo in corsa o in volo a volantinare noi stessi in centinaia di frammenti sottoforma di immagini e post perlopiù ridondanti e superflui come il messaggio scritto in italiano e tedesco lanciato sulle teste di ignari viennesi in quel 9 agosto di cent’anni fa.
  1. Bisanzio reload
    Mario Praz sostiene che, nel bene e nel male, D’Annunzio «è stato il primo a portare tra gli italiani la Bisanzio anglofrancese di fin del secolo»[7] e grazie a questo primato – aggiungiamo noi – il cosiddetto “dannunzianesimo” attraversa la cultura italiana arrivando a impregnare in modo indelebile le radici del nostro Novecento, anticipando certe pose del fascismo come del leaderismo democratico. D’Annunzio prelude al mutaforma contemporaneo, il letterato che diviene politico e soldato, esempio di improvvisazione stellare, absolute beginner di successo, dando forma e sostanza a una silhouette riconoscibile, anzi a un ruolo che molti personaggi pubblici si sono contesi e si contendono: non tanto il superuomo, ma il “divo individualista-anarchico popolaresco di massa”, per grazia dei “media” e del pubblico.
  2. Cineforum
    La docufiction intitoltata “Volo su Vienna” (First National Italiana, 1923?) mostra il raid aereo intrapreso il 9 agosto 1918 da Gabriele D’Annunzio al comando di undici aerei Ansaldo S.V.A., 87ª Squadriglia Aeroplani, detta la Serenissima, finalizzato a lanciare volantini propagandistici su Vienna. Il film monta “riprese dal vero”, immagini fisse (foundfootage fotografico) con i ritratti dei piloti e con il testo dei volantini firmati dal poeta e, infine, mostra brani di finzione ambientati tra le strade della capitale imperiale. Queste ultime sequenze rappresentano la peculiarità di questa copia (assieme alla colorazione per imbibizione) rispetto alla versione conservata alla Cineteca Italiana di Milano (cfr. link successivo). Per quanto riguarda la datazione, è purtroppo vaga. La produzione è collocabile dopo la costituzione della filiale italiana della First National attorno al 1921-1923.
    *Volo su Vienna, copia romana:
    https://www.youtube.com/watch?v=8f_DvfYFQ2M
    * Volo su Vienna, copia milanese: http://www.europeanfilmgateway.eu/detail/Il%20volo%20su%20Vienna/fci::1b3c325402149a614be3af65137bd1d9

Il maggiore D’Annunzio con il capitano Nante Palli pronti a partire per Vienna, 9 agosto 1918

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[1] A. Gramsci, “Passato e presente”, Capitolo VII, Quaderno XIV, “Quaderni del carcere” [1932-1935], cfr: https://quadernidelcarcere.wordpress.com/indici-e-sommario/indici/
[2] E. Raimondi, “Letteratura e identità nazionale”, Milano, Bruno Mondadori, 1998, p. 177.
[3] A. Gramsci, op. cit.
[4] cfr. U. Eco, “L’innovazione nel seriale”, in Id., “Sugli specchi e altri saggi”, Milano, Bompiani, 1985, p. 129.
[5] Cfr. A. Gramsci, “Letteratura popolare”, Capitolo IV, Quaderno XIV, “Quaderni del carcere” [1932-1935], cfr: https://quadernidelcarcere.wordpress.com/indici-e-sommario/indici/; U. Eco, “Il superuomo di massa” [1976], Milano, Bompiani, 2005, p. V.
[6] G. D’Annunzio, “Orazione per la sagra dei Mille” [1915], in Id., “Per la più grande Italia. Orazioni e messaggi di Gabriele D’Annunzio”, Milano, Treves, 1920, p. 22.
[7] Mario Praz, “La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica” [1930], Firenze, Sansoni, 1996, p. 225.

“The apprentice”. La scissione del Noi

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Questa settimana abbiamo scelto la comparazione fatta da una pagina social legata al “Movimento 5 stelle” tra l’atteggiamento di Trump nei confronti del premier Conte (l’amicone) e di Gentiloni (il freddo).

La comparazione pone al centro la considerazione “personale” di Trump, è questa la pietra di paragone tra le due immagini. E il lettore è sollecitato a chiedersi: ma che cosa penso io di Trump?

Una linea fluttuante tra i media italiani e internazionali ora non lo dipinge più come un situazionista pericoloso, ma considerati alcuni successi (Corea) altre prese di posizione coraggiose per quanto controverse (Gerusalemme, Iran, Cina) fanno da contraltare alla sua nemesi Putin e la Russia, vera bestia nera del presidente. Tutto ciò sembra portare molti mass media su un più cauto: “Trump? Non bene, ma nemmeno male”.

La sua politica mondiale in due tempi (1. aggressiva – 2. distensiva) per quanto ansiogena pare essere meno arroccata e indifferente di quella di Obama. Di certo ha stanato e sta stanando contraddizioni degli altri (le nostre), mentre noi europei(sti) cerchiamo di rinfacciargli le sue, senza grande successo. Con Obama era tutto più facile. E ipocrita.

A proposito, un paio di dubbi gratis:

a) Ma Noi, rispetto a Trump, ma chi siamo, noi? I “buoni”, ovviamente. Ma buoni e trascurabili, dall’identità sbiadita, nel caso abbiamo la faccia sorpresa della Merkel che non si capacita dei modi di questo newyorkese anni Ottanta, maschilista di successo.

b) Ma Lui? Rispetto a Noi, lui è l’ombelico del mondo in trono, regnante al 100%. Almeno sino al “midterm”. Dopodiché? Se tutto va bene, forse, sarà ancora più potente. Altrimenti si sgonfierà, come è successo ai suoi predecessori azzoppati in corsa.

Sullo sfondo c’è il metodo “The apprentice”: il metodo che ha reso – attenzione: per ben quattordici stagioni! – Trump una indiscussa stella della TV.

Mentre la sua stella sulla Walk of Fame è stata per la seconda volta distrutta con un piccone, gesto violento dal valore simbolico molto forte, almeno per l’opinione pubblica statunitense che conosce il Trump televisivo.

Oggi Trump è l’amministratore delle sue proprietà così come della sua America. È uno abituato a licenziare o assumere a seconda del tempo che gli fai perdere o guadagnare. Calvinismo in senso maxweberiano applicato all’immagine pubblica, politica: divistica.

“The apprentice” è il metodo che gli ha consegnato le chiavi di Washington dopo gli anni civili e politically correct del suo predecessore. Trump è l’unica risposta alla dittatura del politically correct (noi, qui, non sappiamo nemmeno che cosa sia il politicamente corretto), un problema sempre più annoso per molta parte degli Usa, soprattuto wasp.

Nel “The apprentice” tra presidenti del Consiglio, Gentiloni è licenziato, Conte è assunto, ce lo dice il non-verbale di Tump (oltre che la realtà dei fatti). Ma se questo atteggiamento di ostentata simpatia, da un alto, e ostentata diffidenza, dall’altro, siano un bene o un male per l’Italia, lo sapremo, se mai lo sapremo davvero, tra qualche settimana, quando interesserà a pochi, e la fanfara del successo americano di Conte sarà consegnata a una memoria positiva, ormai inconfutabile. Sarà quel che sarà: semmai ci penseremo eventualmente allora.

P.s. Una piccola nota sul volto fin troppo sorridente di Conte: pare il ritratto di un bambino privilegiato – tipo il bambino Gigi interpretato da Giacomo per “Mai dire gol” – , bambino felice perché gli hanno regalato un sogno (come a Jovanotti), felice perché ha vinto una gita a Disneyland incontrando il suo idolo, Zio Paperone. Attenzione: nessun moralismo, emozionati, spaventati, lo saremmo, forse anche di più, tutti al suo posto. Ma quel che risulta estremamente irritante – come era per il bambino Gigi – è che è lì a rappresentare gli italiani – in teoria – senza alcun merito se non per il caso, e a fare il misterioso portavoce di un governo giallo-verde tenuto insieme con il nastro adesivo, dove il vero e unico vice-premier è proprio Conte.

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Camporovere – Altipiano di Asiago, ciclo di conferenze: fare storia attraverso il cinema

Casa Tanzerloch, osteria – rifugio culturale di Camporovere di Roana, a due passi da Asiago, ospiterà due serate dedicate al fare storia attraverso il cinema.

Nel dettaglio:
21 luglio, ore 20.30: Fare storia attraverso il cinema – prima parte:
Gli archivi raccontano la storia dei film;

4 agosto, ore 20.30: Fare storia attraverso il cinema – seconda parte:
I film raccontano la storia contemporanea;

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Luogo: Casa Tanzerloch, Via VIII Agosto 199 – 36010 Camporovere di Roana, Altipiano di Asiago (Vicenza).

https://www.google.it/maps/place/Casatanzerlock/@45.8814605,11.477823,15.39z/data=!4m5!3m4!1s0x0:0x7234fb48f0501434!8m2!3d45.8839908!4d11.4741951

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Ritratto di Godard con autografo e dedica a Gastone Schiavotto (1964 ca.) – Fondo fotografico G. Schiavotto Cinema

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Soggetto: Jean Luc Godard – Autografo
Entità: una fotografia
Anno: 1964 ca. [dedotta]
Recto: dedica e autografo: “Pour Ms. Gastone Schiavotto | amicalement | JLG”
Formato originale: 130 x 180 cm
Formato digitale: Immagine/Jpeg (1,6 mb) 2981 × 4186
Verso: “BANDE A PART” [timbro]
Coll. AGS 145
Fondo Gastone Schiavotto Cinema
Provenienza: Archivio Denis Lotti – Vicenza
Diritti: © Tutti i diritti riservati
Per l’utilizzo delle immagini rivolgersi a: denis.lotti@gmail.com

Fasi della costruzione del Sacrario militare di Redipuglia [1935-38] – Fondo fotografico AVM Grande Guerra

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Soggetto: Sacrario Militare di Redipuglia
Entità: dieci fotografie
Anno: 1935-1938 ca. [dedotta]
Recto: dato manoscritto a matita “1/13” | didascalia a stampa: “Agfa”.
Formato originale: 135 x 85 cm [cartolina postale| Agfa]
Formato digitale: Immagine/Jpeg (274 kb) 1576 × 1000
Descrizione: dettagli della costruzione del Sacrario Militare di Redipuglia realizzato tra il 1935 e il 1938 (inaugurazione 18 settembre 1938) su progetto dell’architetto Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni. L’immagine testimonia il lavoro degli scalpellini. Le altre nove foto (di formato diverso, cfr. dati seguenti) mostrano i dettagli delle fasi di costruzione.
Coll. AVM.04.1 / 04.2 / 04.3 [135 x 85] | 04.4 / 04.5 / 04.6 [125 x 170] | 04.7 / 04.8 / 04.9 / 04.10 [170 x 230].
Fondo AVM – Costruzioni Vicenza
Provenienza: Archivio Denis Lotti – Vicenza
Diritti: © Tutti i diritti riservati
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Sacrario militare di Caporetto [1938 ca.] – Fondo fotografico AVM Grande Guerra

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Soggetto: Sacrario Militare di Caporetto
Entità: quattro fotografie e quattro negativi
Anno: 1938 ca. [dedotta]
Recto: n.d.
Formato originale: 110 x 70 cm [Carte Ferrania/Cappelli]
Formato digitale: Immagine/Jpeg (160 kb) 1235 × 785
Descrizione: dettagli del sacrario Militare di Caporetto realizzato entro il 1938 su progetto dell’architetto Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni. L’immagine testimonia il restauro della cuspide del campanile della seicentesca chiesa dedicata Sant’Antonio di Padova. Le altre tre foto mostrano dettagli delle arcate e delle colombaie. Negativi: lastra fotografica Cappelli.
Coll. AVM.03 / 03.1 / 03.2 / 03.3
Fondo AVM – Costruzioni Vicenza
Provenienza: Archivio Denis Lotti – Vicenza
Diritti: © Tutti i diritti riservati
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Costruzione Sacrario militare Colle Isarco [1937 ca.] – Fondo fotografico AVM Grande Guerra

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Soggetto: Lavori cimitero militare di Colle Isarco
Entità: due riproduzioni del medesimo soggetto
Anno: 1937 [dedotta]
Recto: Didascalia a stampa: “Edizione e Foto G. Delfauro – Vipiteno – Rip. vietata”.
Formato originale: 135 x 85 cm [cartolina postale]
Formato digitale: Immagine/Jpeg (328 kb) 1614 × 1017
Descrizione: Fasi della costruzione del Sacrario militare di Colle Isarco (provincia di Bolzano), come indica il cartello. Una figura umana è ritratta sulla destra, in basso la carreggiata che costeggia l’Isarco. Il progetto è opera dell’architetto Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni ed è stato realizzato nel 1937.
Coll. AVM.02
Fondo AVM – Costruzioni Vicenza
Provenienza: Archivio Denis Lotti – Vicenza
Diritti: © Tutti i diritti riservati
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Posa della prima pietra del Monumento alla Vittoria di Bolzano [1926] – Fondo fotografico AVM Grande Guerra

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Soggetto: Posa della prima pietra del Monumento alla Vittoria di Bolzano
Anno: 12 luglio 1926 [data riportata nel recto]
Recto: Data manoscritta a matita: “12/luglio 1926”; Timbro: “OPERA NAZIONALE PER I COMB[ATTENTI] – Direzione Lavori ‘A[illeggibile] – BOLZANO”; Stemma sabaudo riprodotto al centro. Didascalia a stampa: “CARTOLINA POSTALE ITALIANA”.
Formato originale: 140 x 90 cm [cartolina postale]
Formato digitale: Immagine/Jpeg (356 kb) 1655 × 1050
Descrizione: posa della prima pietra del Monumento alla Vittoria di Bolzano, progetto di Marcello Piacentini (forse su bozzetto di Benito Mussolini) e costruito tra il 1926 ed il 1928.
Coll. AVM.01
Fondo AVM – Costruzioni Vicenza
Provenienza: Archivio Denis Lotti – Vicenza
Diritti: © Tutti i diritti riservati
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